Home  | Biografia  |  Poesie   |  Commedie  |  Motivazioni e Recensioni | Riconoscimenti |  Pubblicazioni
Galleria Fotografica  |  Racconti  |  Articoli  |  Canti Siciliani  |  Appuntamenti  |  Forum  |  Link Amici

 

Racconti

NERO 

C’era una volta...

“Ciao papà, questa volta sono riuscito a svegliarmi presto, così potrò venire insieme a te, adesso la mamma mi prepara subito la colazione, mangio il latte in un baleno e andiamo!”

E’ la voce di Roberto, un bimbo di otto anni, figlio di Andrea, alto dirigente di banca e di Anna, donna manager di una grande azienda di alta moda.

“Hei, quanta fretta questa mattina! Senti Roby, oggi non posso accontentarti, dovrò accompagnarti dai nonni perchè ho tanto da fare e poi, la mamma è già andata a lavoro ed io non so prepararti il latte, anch’io farò colazione fuori, al bar.”

“Ma ieri sera lo avevi promesso...” rispose il piccolo mentre strofinava gli occhi ancora assonnati, già piene di lacrime, con lo sguardo che rincorreva il padre che nel frattempo, girava per casa cercando di scarpe e vestiti.

“Io resto solo a casa!” urlò Roberto chiudendo violentemente la porta della sua camera, “non voglio andare sempre dai nonni, non so come giocare, il nonno urla per ogni cosa e la nonna parla sempre al telefono...” continuò il bimbo, mentre i lacrimoni segnavano quel visetto triste ma già rassegnato.

“Sei il solito incontentabile!” replico il padre, “tutti i giorni io e la mamma ci sacrifichiamo per te, tutto il giorno fuori a lavorare e poi con tutti quei giocattoli che ti portiamo ogni giorno, come fai a dire non so come giocare?

Io ai miei tempi non avevo nulla e mi accontentavo di giocare con il - carrozzone1 - che il nonno mi aveva costruito nei ritagli di tempo, sei proprio ingrato!!!”

Roberto intanto nella sua cameretta, nascosto sotto il letto, abbracciava il suo “Nero”, un cagnolino di peluche, ricevuto in dono alla giostra qualche anno prima, quando con il nonno, avevano fatto ben tre centri con le palline, lanciate in delle vaschette trasparenti piene d’acqua, dove giravano impauriti diversi pesciolini rossi; un gioco stupido, banale ma che aveva tanto divertito Roberto e forse, per una volta…anche il nonno.

“Esci da li sotto immediatamente e non farmi perdere tempo” intonò il padre a Roberto, “perchè se vengo io, ti faccio uscire a modo mio...” mentre davanti lo specchio dava gli ultimi ritocchi alla sua cravatta. “No, no e poi no!” replicò Roberto, “ho detto che voglio restare a casa, tanto c’è con me “Nero” che mi protegge: non ho bisogno di nessuno!”

“Va bene...” rispose il papà con un tono abbastanza alterato, “visto che è così io vado, peggio per te, starai tutto il giorno da solo...” e con fare lesto chiuse la porta d’uscita.

“Papààà...aspetta!” urlò impaurito il piccolo Roberto che uscì come un razzo da sotto il letto percorrendo, a tremila, il corridoio verso l’uscita dove trovò però il padre che, simulando di essere uscito, lo attendeva per dargli una sonante sculacciata: “non ti permettere più!” intimò il padre, “non posso stare a perdere tempo con te, con le tue fantasie ed i tuoi capricci!” e trascinandolo per un braccio lo fece salire in macchina in modo violento, tanto da fargli sfuggire “Nero”, il suo grande amico. “Papà aspetta!” disse Roberto con gli occhi sgranati dalla paura, “mi è caduto “Nero”, non posso lasciarlo qui, avrà paura a rimanere da solo!”

“Senti, adesso basta davvero...” gridò il padre, “stamane stai proprio esagerando con i tuoi capricci, peggio per te, così impari ad avere cura delle tue cose, è la lezione che meriti per esserti comportato così male e non avere avuto rispetto dei miei impegni!” ed acceso il motore della lussuosa macchina iniziò le manovre per uscire dal viale di una sontuosa villa, dove gli alberi coprivano a tratti il cielo azzurro ed il brillante sole che già spuntava da dietro le colline.

“Papà nooo, ti prego, non possiamo lasciarlo qui, ti giuro non lo faccio più, ti prego papà...” imprecava il piccolo Roberto, ma Andrea, già al cellulare per un’accesa discussione, non sentiva nemmeno le preghiere che il figlio gli rivolgeva mentre, con il viso tra i poggia testa e con le manine incollate alla cappelliera, guardava con gli occhi appannati dalle lacrime, il piccolo “Nero” che giaceva nel viale dietro al cancello che intanto andava chiudendosi.

Fu un interminabile viaggio, il pianto di Roberto, era spezzato dalla voce del padre che gli intimava di stare zitto per non essere disturbato mentre parlava al cellulare e così fino dai nonni, dove il piccolo fu dirottato tra le urla, le lacrime ed i calci al padre che sempre più innervosito, lo ribaltava alle braccia di Pietro, un vecchio giardiniere dai capelli e dalla barba bianca, uomo di poche parole che incaricato dalla nonna, lo aspettava davanti alla porta.

Pietro, vedovo da tre anni, senza figli, era un uomo dall’aspetto imponente ma buono, con le mani piene di calli e cicatrici provocate dalle cesoie, dalle forbici e da tutti quegli arnesi che utilizzava per tenere sempre pulito, sistemato ed in ordine quasi esagerato, il giardino di “donna Francesca”, così lui la chiamava, la vanitosa e superba nonna di Roberto e moglie di “don Vito” un ricco possedente dall’aspetto ormai sgradevole, odiato da tutti e poco rispettato anche dai suoi più intimi familiari, che aveva fatto la sua vera fortuna, grazie agli elevati interessi che si faceva dare dai prestiti concessi ai poveri contadini del suo paese, insomma: uno strozzino!

“Perchè piangi?” chiese Pietro al piccolo Roberto che con le braccia cercava di dimenarsi dalla sua presa, “non lo sai che ogni lacrima che cade per terra è un dolore che arriva al cuoricino della Madonnina?” disse, mentre lo sedeva su di una pietra che insieme a tante, faceva da perimetro ad una vasca, dove allegri sfilavano dei pesciolini rossi...

“Tu vuoi che questo accada?” aggiunse.

Roberto, esausto dal lungo pianto e dalla estenuante mattinata, alzò gli occhietti rossi e colmi delle ultime lacrime versate e fece un cenno di diniego...”ma come posso fare?” disse a bassa voce, “io vorrei non piangere ma non ce la faccio...mentre papà mi accompagnava mi è sfuggito di mano il mio amico “Nero” ed ora, per colpa mia, mentre io sono qui con te, lui e solo per strada ed io, sono triste e non riesco a non piangere!” e ritornando a lacrimare ma in modo garbato, nascondeva il viso al petto di Pietro mentre impigliava le manine alla sua lunga ma morbida barba.

Quel visetto triste, quelle dita minuscole che intrecciavano la barba, quella voglia di affetto che trasmetteva il piccolo Roberto, quello strano batticuore che aumentava, per la prima volta dopo tre anni di grandi silenzi, grandi vuoti, immensi momenti di solitudine, fecero riempire gli occhi spenti di Pietro di lacrime, con le quali si specchiò il sole che intanto, si faceva spazio tra i maestosi abeti.

Scuotendo il viso, come per allontanare questo momento di debolezza e rivolgendosi a Roberto disse: “Ascoltami, non devi sentirti in colpa, adesso ti racconto una favola e proveremo a scordare questo triste momento: un giorno mamma coniglio, lasciò la sua tana e il suo piccolo per andare a cercare del cibo e gli raccomandò di non muoversi assolutamente e per nessun motivo da lì senza che lei sarebbe prima tornata.

Il coniglietto trascorse tutta la mattinata ad attendere la sua mamma che da li a poco tornò, con una zampetta ferita ed insanguinata. Il piccolo si sentì in colpa, poiché la sua mamma si era ferita, secondo lui, per procurargli il cibo.

Fu però il gufo Leo a spiegargli che il tutto era accaduto non per colpa sua ma per la superficialità di un uomo, ovvero per la brama di un cacciatore piuttosto che per una semplice circostanza che propone la vita...”

Così, alzando Roberto con le sue imponenti braccia, aggiunse: “stai tranquillo piccolo, il tempo e gli eventi ti aiuteranno...” ma fu interrotto da “don Vito” che gli comandò di lasciare il piccolo alle sue cose, “Nessuno ti ha detto di giocare con mio nipote” gridò, strappando Roberto dalle braccia di Pietro, “non è per questo che ti pago, torna al tuo lavoro!”  e dandogli le spalle lo lasciò, trascinandosi il nipotino verso casa che però, nonostante la presa del nonno, riuscì a voltarsi e regalare un sorriso al buon Pietro che ricambiò con una strizzatina d’occhio.

La giornata per Roberto trascorse come le altre, tra mille inutili giochi, tra le urla dei nonni che si scambiavano parole di ogni tipo ed ignobile provenienza e nell’attesa, di vedere arrivare qualcuno dei suoi genitori per riportarlo a casa dove, forse, “Nero” lo stava aspettando.

Presto però, arrivò la telefonata di Andrea ed Anna che avvisarono del loro ritardato e della possibilità di far dormire il piccolo, proprio in casa dei nonni.

I brontolii di “Don Vito”, le lagnanze di Nonna Francesca e le urla del piccolo Roberto, non sfuggirono a Pietro che intanto, sotto i cocenti raggi del sole, dava forma ad una silenziosa siepe.

Passò qualche ora e fu tempo di cenare e mentre a tavola Roberto ed i nonni animavano un conflitto fatti di “mangia...”, “non ne voglio, mi fa schifo...”, “stai zitto...”, “stai zitto tu che non capisci nulla...”, “ah, ai miei tempi...” ed ancora oltre, ogni umana immaginazione; Pietro, fresco di doccia, con fare mesto, si allontanava dalla casa dei vecchi facoltosi signori, nonni di Roberto.

Pietro, al contrario, non era molto ricco e viveva dello stipendio, poco generoso, che gli dava “Don Vito”, per questo, per muoversi da una parte all’altra della città, si serviva di una bicicletta che un Natale di tanti anni prima, tra mille sacrifici, gli aveva regalato la sua adorata moglie.

E lui, quella bici, la teneva come un oggetto prezioso, curandola in ogni particolare e quando saliva su essa, aspettava di farsi sfiorare dal vento e chiudendo per qualche istante gli occhi, pensare alle carezze che la sua adorata Lucia, questo il nome della moglie, gli regalò prima di lasciarlo per sempre.

Quella sera Pietro, era spinto da una energia nuova, vera, forte, che gli dava forza e voglia di volare verso la casa paterna del piccolo Roberto...

Appena giunse davanti al cancello, sentì le grida festose di uomini e donne che tra suoni e balli, si stringevano l’un l’altro per festeggiare chissà quale evento importante.

Stava per suonare, quando gli occhi si posarono sul relitto di un peluche che fuoriusciva dalla ruota di un grosso fuoristrada, parcheggiato poco vicino al garage della villa.

Era certamente “Nero”, tragicamente distrutto dalla distrazione di un qualunque adulto.

Gli si strinse il cuore e dopo una smorfia, stringendo le labbra e chiudendo gli occhi, come per allontanare quella visione, diede violentemente un pugno al muro, aumentando di una, le già tante ferite sparse nella sua mano.

Si allontanò Pietro, lentamente, con le mani poggiate al manubrio della sua bicicletta, con le spalle curve e con lo sguardo ai piedi.

Dopo qualche centinaio di metri, un altro frastuono di suoni e grida disturbò i suoi pensieri, bimbi ed adulti, questa volta insieme, si divertivano allegramente in una giostra illuminata dalle lucette colorate, dal bagliore della luna e dagli occhietti luminosi ed allegri dei bimbi che la popolavano.

Si avvicinò e tra tante bancarelle ne vide una, dove, seduta in una vecchia poltrona tarlata dal tempo, stava seduta una donna dai lunghi capelli grigi, resi argentei dalla luna che si rifletteva in essi, che con delle palline bianche in mano, invitava, con voce deliziosamente dolce, resa poco limpida dal passare degli anni, uomini, donne e bambini, a far centro in alcune vaschette trasparenti e colme d’acqua che pieni di pesciolini rossi, arredavano un freddo tavolo grigio, puntato qua e là di ruggine.

Due monete per tre tiri...” proponeva e “tre centri per un peluche...” e tra mille suoni ed il lieto frastuono che regnava sovrano, quella voce rintontiva nella testa di Pietro, come se fosse inviata solo e soltanto a lui.

Mentre si guardava attorno, quasi estasiato come un bimbo, lasciava cadere la sua mano nella tasca del suo largo pantalone, dove, avvolto da un fazzoletto ingiallito dal tempo, si trovavano la foto sorridente della moglie e due monete macchiate di granelli di terra.

Erano forse le monete che avrebbe dovuto utilizzare per acquistarsi da mangiare ma la visione di  quell’immacolato sorriso, un nodo alla barba lasciato dal piccolo Roberto ed un cagnolino nero di peluche che impolverato spuntava da una bacheca, non lo fecero esitare ancora: “due monete per tre centri” disse alla donna con espressione forte, “...tre centri per un sorriso” borbottò tra se e se, e socchiudendo un occhio per migliorare la mira, impose tre centri, sentendosi il miglior tiratore di tutti i tempi.

Prese il peluche e corse verso la casa dei suoi padroni in modo cosi veloce, che nemmeno il vento riusciva a stargli dietro; il brillare delle stelle, minore di quello dei suoi occhi, gli illuminavano la strada che si nascondeva dentro le gomme della sua sfavillante bicicletta.

In un baleno fu dentro la villa, e sistemata la bici dentro al casolare che lo ospitava da tanti anni, si precipito in casa dei nonni di Roberto.

Era così preso, che non misurò l’intensità del prolungato suono del campanello che interruppe solo la stravolgente visione di “Donna Francesca”, che apparì con il viso unto di creme variopinte e con i bigodini in testa tanto da renderla più somigliante ad una piovra slavata che ad una donna.

Questa con gli occhi inferociti, lo invitò a desistere urlando: “cosa vuoi a quest’ora, pazzo incosciente, se si sveglia mio marito è meglio che ti nascondi per chissà quanto tempo, cos’è accaduto di tanto grave?”

“Nulla...!” rispose quasi mortificato Pietro, “è che questa mattina…” continuò con voce garbata, “…il suo nipotino, mentre lasciava la macchina del padre, avrà perso questo peluche ed allora...ho pensato bene di riportarglielo, chissà che non gli serva per trascorrere più tranquillamente la notte!” e con mano tremante, allungò il braccio che nascondeva dietro le spalle, per porgere il peluche alla vecchia.

“Ma cosa ti salta in mente?” ribadì innervosita quella, “mio nipote è grande e non ha paura di nulla e poi pensa tu se tra mille giocattoli penserebbe ad uno stupido ed inutile peluche...sparisci!”

Non finì le sue parole, che il piccolo Roberto, che intanto al suono del campanello era sopraggiunto sperando di vedere i suoi genitori, avendo sentito tutto, prese il peluche, lo abbracciò e fuggendo verso la sua cameretta gridò di felicità.

Pietro intanto, impietrito dal fragore della porta che la nonna gli aveva sbattuto contro, si girò per tornare a letto verso il suo casolare, quando un confetto colorato gli cadde proprio davanti, alzò gli occhi e affacciato ad una finestra, in penombra, c’erano abbracciati tra loro Roberto e “Nero” che sorridenti, gli auguravano buona notte.

Pietro sorrise, strizzò l’occhio e sfilando la foto della moglie dalla sua tasca e innalzando gli occhi verso il cielo esclamò: “perdonami, non posso piangere, stamane un bimbo mi ha insegnato…che ogni lacrima che cade per terra, è un dolore che arriva al cuoricino della Madonnina!”

Così, allontanandosi, raggiunse il suo letto, strinse la foto della moglie al suo cuore e come il piccolo Roberto e “Nero”, trascorse una notte imprevedibilmente migliore.

 

C’èra una volta Pietro e...speriamo esista ancora!                                          

 

 1 Carrozzone: Tavolozza di legno costruita su due assi (una anteriore mobile – una posteriore fissa) alle cui estremità sono inseriti  

                          4 cuscinetti che permettono di farla muovere

 

 

 

 3° CLASSIFICATO al  9° Premio Regionale di Poesia e Narrativa ENDAS 

(Erice - Baia dei Mulini - 13 dicembre 2005)

 

 

Home | Biografia |  Poesie | Commedie | Motivazioni e Recensioni | Riconoscimenti | Pubblicazioni
Galleria Fotografica | Racconti | Articoli | Canti Siciliani| Appuntamenti | Forum Link Amici | Contattami | Webmaster
Copyright © Giuseppe Vultaggio
designed by
joemaster@interfree.it